Rompere il perimetro concettuale per ridefinire la funzione di uno spazio
Cos'è il perimetro concettuale
Ogni luogo fisico — uno store, un ospedale, un ristorante, una nave — esiste dentro un perimetro di aspettative implicite. Prima ancora di entrarci, sappiamo cosa quel luogo dovrebbe essere. Sono pregiudizi culturali, non scritti ma potentissimi: definiscono cosa ci aspettiamo di trovare, fare, ricevere.
Un traghetto? Mi porta da una costa all'altra, pago un biglietto, c'è un ponte esterno, posso portare l'auto. Uno store fai-da-te? Trovo materiali e attrezzature, li compro e li porto via, ricevo assistenza tecnica, posso farmi tagliare il legno.
Queste aspettative non sono il servizio. Sono il contratto implicito che il cliente porta con sé — la linea dello zero. Sotto c'è delusione. Sopra c'è valore. Ma il perimetro stesso è un vincolo invisibile: finché lo dai per scontato, non puoi innovare.
Come funziona il metodo
Il metodo si articola in tre passaggi.
Il primo è la definizione del perimetro concettuale. Si descrive il tipo di luogo attraverso proposizioni funzionali pure: "Questo luogo è un luogo dove…". Niente aggettivi, niente giudizi. Solo funzioni attese.
Il secondo è la generazione dei what if. Per ogni proposizione funzionale si producono provocazioni aperte che rompono il vincolo. Non soluzioni. Non negazioni. Domande che aprono uno spazio-problema concreto e fertile.
Il terzo è l'integrazione con l'analisi. I what if si incrociano con i dati dell'analisi del luogo specifico per distinguere le provocazioni esplorative da quelle strategicamente prioritarie.
La grammatica del What If
Un what if ben costruito ha regole precise.
Non è una soluzione. "What if una community di pensionati rispondesse alle domande dei clienti" è una soluzione travestita da domanda. Il what if corretto è: "What if non avessi un consulente?" — da cui possono discendere decine di soluzioni diverse.
Non è una negazione. "What if non ricevessi assistenza" non rompe nulla, elimina e basta. Il what if deve deformare lateralmente, non cancellare.
È abbastanza ampio da ammettere più soluzioni. Se la risposta è una sola, non è un what if, è un brief.
È abbastanza focalizzato da definire un problema concreto. Se la risposta è "dipende da tutto", è troppo vago.
Un esempio — L'ospedale
Proposizione: "L'ospedale è un luogo dove vengo curato quando sono malato."
✗ Negazione: what if non venissi curato? — Inutile, non apre nulla.
✗ Soluzione mascherata: what if un'AI facesse la diagnosi? — È già una risposta.
✓ "What if arrivassi in ospedale prima di essere malato?" — Prevenzione, monitoraggio, check-up predittivi.
✓ "What if non sapessi di essere malato?" — Screening, intercettazione passiva, outreach territoriale.
✓ "What if la cura non richiedesse la mia presenza fisica?" — Telemedicina, ospedale domiciliare, ripensamento dello spazio.
✓ "What if fossi io a curare qualcun altro?" — Patient-to-patient, caregiver come risorsa, community of care.
Ogni what if è una porta. Dietro ogni porta ci sono decine di stanze possibili. Il metodo non dice quale stanza scegliere — dice quali porte vale la pena aprire.
A cosa serve
Vedere i vincoli invisibili. La maggior parte dell'innovazione negli spazi fisici fallisce perché opera dentro il perimetro senza saperlo.
Connettere analisi e visione. I what if si integrano con l'analisi quantitativa del luogo per orientare l'innovazione dove serve davvero.
Generare opzioni prima di decidere. Il what if non è un piano d'azione. È il passaggio che allarga il campo delle possibilità prima di restringerlo.
Questo metodo è parte del framework Spaces per l'analisi e la progettazione strategica degli spazi fisici.